“La Grecia è spacciata, l’Italia no, se punta sulla crescita”
Uova marce sui catastrofisti anti italiani
Martin Wolf, autorevole commentatore del Financial Times, è convinto che la “troika” (Commissione europea, Fmi e Bce) si stia dando da fare per risolvere la crisi greca. Ma farebbe meglio a non sprecare troppe energie. Il problema è che “da tempo ci stiamo agitando dietro a questioni di secondo, quando non terz’ordine”. E ora, “qualsiasi cosa si decida rispetto alla crisi del debito greco, non potrà che risultare troppo piccola e troppo in ritardo”. Per Wolf, l’austerità fiscale di scuola merkeliana che è stata imposta al governo greco “è assolutamente irrilevante”. Leggi La produzione industriale cresce del 4,7 per cento

Martin Wolf, autorevole commentatore del Financial Times, è convinto che la “troika” (Commissione europea, Fmi e Bce) si stia dando da fare per risolvere la crisi greca. Ma farebbe meglio a non sprecare troppe energie. Il problema è che “da tempo ci stiamo agitando dietro a questioni di secondo, quando non terz’ordine”. E ora, “qualsiasi cosa si decida rispetto alla crisi del debito greco, non potrà che risultare troppo piccola e troppo in ritardo”. Per Wolf, l’austerità fiscale di scuola merkeliana che è stata imposta al governo greco “è assolutamente irrilevante”, perché chiude gli occhi di fronte a un problema enorme: “Non credo che esista qualcuno che, guardando con un minimo d’attenzione alla crisi greca, non abbia raggiunto la conclusione che Atene debba ridurre molto, molto drasticamente il suo debito pubblico – dice al Foglio Wolf – e una manovra di queste proporzioni va decisamente al di là dei tentativi di ristrutturazione del debito greco che sono in corso”. “E’ un dato di fatto – insiste Wolf – che non è destinato a cambiare, per quanto Atene si voti all’autodisciplina fiscale. Con un debito come quello che i greci devono sostenere oggi, credo che sia decisamente impossibile che Atene possa tornare a finanziarsi sul mercato come qualsiasi altra nazione”.
Per quanto, a suo avviso, la sorte della Grecia sia segnata, il commentatore del Financial Times crede che l’Italia, declassata dall’agenzia francese Fitch, “non penda verso l’insolvenza”. “A quanto vedo, è più che probabile che l’Italia possa uscire bene da questa crisi – dice Wolf – La posizione fiscale del governo di Roma non è per niente male e, a guardare i dati, la riscossa italiana è fattibile”. Certo, non sarà semplice, perché ci vogliono una fiducia internazionale e uno sforzo politico che ora mancano. Ci sono alcune decisioni “che devono essere prese nella giusta direzione”, perché, oltre all’isteria dei mercati, Wolf vede un’altra possibile minaccia: “L’economia italiana sta crescendo troppo lentamente, c’è qualcosa che va cambiato per sbloccare questo equilibrio negativo, che potrebbe rendere i problemi attuali sempre più difficili da gestire”.
La crescita economica, sfiduciata anche da speculazioni sulla “natura caotica della politica italiana”, è il punto fondamentale per Wolf. L’ossessione “tutta europea” per l’austerità fiscale è un abbaglio. Come ha ricordato in un suo recente commento, “parafrasando Tacito, l’austerità aiuta quelli che ‘creano una depressione e poi la chiamano stabilità’”. Bisogna guardare alla competitività: “Grecia e Portogallo, al momento, hanno deficit enormi e sintomi più che credibili di una grave carenza di competitività – sostiene Wolf – Se si guarda a Spagna e Italia, nonostante qualche preoccupazione data dal debito pubblico, la sfida è minore”.
Gli scenari da incubo sono evitabili e le scelte giuste sono a portata di mano, basta avere la volontà di prenderle. Il governo italiano, che si è trovato in eredità il quarto debito pubblico al mondo, non può attendere che sia l’Europa a correre in suo soccorso, perché, anche se la situazione si mettesse male, “l’Italia, così come la Spagna, resta troppo grande per essere salvata”. La crisi non è passeggera, anche perché “i paesi industrializzati e la loro classe politica non erano preparati per difficoltà come quelle che devono affrontare”. Ma una via d’uscita praticabile è ancora possibile: “Se il governo italiano deciderà di prendere le misure necessarie rispetto al bilancio dello stato e alla crescita economica, potrà uscire da questa situazione senza una grossa crisi del debito – prevede Wolf – Serve il sostegno delle istituzioni europee, certo, ma l’aspetto decisivo sarà la crescita dell’economia italiana, che è legata a quella dell’Eurozona”.
Per la Grecia la questione è diversa, e riguarda anche il funzionamento dell’Europa nel suo complesso. Costringere il governo greco a rimettere i conti in ordine è importante (e non sembra nemmeno che ci si riesca, i conti non migliorano, la piazza greca è sempre più inviperita), ma “qualunque decisione sul fronte fiscale non può che deprimere ulteriormente l’economia greca”, dice Wolf, che spiega: “Quella greca è un’economia relativamente chiusa, che non produce molto ed è scarsamente competitiva. In queste condizioni, aumentare le esportazioni e ridurre le importazioni per compensare gli effetti interni di una morsa fiscale che indebolisce ulteriormente l’economia, diventa estremamente difficile. E, visto che si stanno decidendo misure di austerità sempre più severe, il rischio di un collasso definitivo si fa sempre più elevato, molto più di quello che si era previsto all’inizio”.
Il governo di Atene, che aveva promesso di contenere il deficit entro il 7,6 per cento, ha mancato l’obiettivo e si appresta a chiudere l’anno con un disavanzo non inferiore all’8,5. Il pil, nel frattempo, è in calo del 5,5 per cento. Al momento, dice Martin Wolf, “è francamente difficile dire se la Grecia mancherà l’obiettivo del deficit di poco o almeno senza precipitare in un’enorme depressione”.
Se poi si prende sul serio il problema della scarsissima competitività economica greca, “si presenta un’altra domanda: la Grecia potrà risollevarsi, stando all’interno dell’Eurozona?”. Secondo Wolf deve rispondere innanzitutto Bruxelles, che però “non può nascondersi dietro a una semplice riforma istituzionale. Si fa un gran parlare di quali siano i requisiti istituzionali per far funzionare l’Eurozona. E’ ormai ovvio che le strutture su cui si era fondata l’Eurozona siano inadeguate al compito richiesto, su quasi tutti i fronti. I meccanismi di governance economica comunitaria dovrebbero almeno permettere di gestire il mercato del debito sovrano anche nei momenti di grande pressione finanziaria e di trovare un modo di stabilizzare i mercati in presenza di grossi stress finanziari”.
“A essere ottimisti – dice Wolf – si potrebbe dire che agli stati dell’Eurozona basterebbe accumulare ampie riserve di liquidità e studiare qualche sistema per gestire le banche a livello comunitario. Sarebbe una riforma istituzionale relativamente semplice, basterebbe andare un po’ più in là sulla strada che l’Europa sta già percorrendo, ovvero: portare il Fondo europeo di stabilità finanziaria a due o tre trilioni di euro e ricondurre tutte le banche a un meccanismo di controllo e sostegno comunitario. E’ un cambiamento che resta però improbabile: ci sono stati membri dell’Unione europea che sono destinati a restare poco competitivi, perciò costretti sotto un regime di austerità fiscale per un periodo indefinito. Una situazione politicamente molto impopolare”.
Per quanto, a suo avviso, la sorte della Grecia sia segnata, il commentatore del Financial Times crede che l’Italia, declassata dall’agenzia francese Fitch, “non penda verso l’insolvenza”. “A quanto vedo, è più che probabile che l’Italia possa uscire bene da questa crisi – dice Wolf – La posizione fiscale del governo di Roma non è per niente male e, a guardare i dati, la riscossa italiana è fattibile”. Certo, non sarà semplice, perché ci vogliono una fiducia internazionale e uno sforzo politico che ora mancano. Ci sono alcune decisioni “che devono essere prese nella giusta direzione”, perché, oltre all’isteria dei mercati, Wolf vede un’altra possibile minaccia: “L’economia italiana sta crescendo troppo lentamente, c’è qualcosa che va cambiato per sbloccare questo equilibrio negativo, che potrebbe rendere i problemi attuali sempre più difficili da gestire”.
La crescita economica, sfiduciata anche da speculazioni sulla “natura caotica della politica italiana”, è il punto fondamentale per Wolf. L’ossessione “tutta europea” per l’austerità fiscale è un abbaglio. Come ha ricordato in un suo recente commento, “parafrasando Tacito, l’austerità aiuta quelli che ‘creano una depressione e poi la chiamano stabilità’”. Bisogna guardare alla competitività: “Grecia e Portogallo, al momento, hanno deficit enormi e sintomi più che credibili di una grave carenza di competitività – sostiene Wolf – Se si guarda a Spagna e Italia, nonostante qualche preoccupazione data dal debito pubblico, la sfida è minore”.
Gli scenari da incubo sono evitabili e le scelte giuste sono a portata di mano, basta avere la volontà di prenderle. Il governo italiano, che si è trovato in eredità il quarto debito pubblico al mondo, non può attendere che sia l’Europa a correre in suo soccorso, perché, anche se la situazione si mettesse male, “l’Italia, così come la Spagna, resta troppo grande per essere salvata”. La crisi non è passeggera, anche perché “i paesi industrializzati e la loro classe politica non erano preparati per difficoltà come quelle che devono affrontare”. Ma una via d’uscita praticabile è ancora possibile: “Se il governo italiano deciderà di prendere le misure necessarie rispetto al bilancio dello stato e alla crescita economica, potrà uscire da questa situazione senza una grossa crisi del debito – prevede Wolf – Serve il sostegno delle istituzioni europee, certo, ma l’aspetto decisivo sarà la crescita dell’economia italiana, che è legata a quella dell’Eurozona”.
Per la Grecia la questione è diversa, e riguarda anche il funzionamento dell’Europa nel suo complesso. Costringere il governo greco a rimettere i conti in ordine è importante (e non sembra nemmeno che ci si riesca, i conti non migliorano, la piazza greca è sempre più inviperita), ma “qualunque decisione sul fronte fiscale non può che deprimere ulteriormente l’economia greca”, dice Wolf, che spiega: “Quella greca è un’economia relativamente chiusa, che non produce molto ed è scarsamente competitiva. In queste condizioni, aumentare le esportazioni e ridurre le importazioni per compensare gli effetti interni di una morsa fiscale che indebolisce ulteriormente l’economia, diventa estremamente difficile. E, visto che si stanno decidendo misure di austerità sempre più severe, il rischio di un collasso definitivo si fa sempre più elevato, molto più di quello che si era previsto all’inizio”.
Il governo di Atene, che aveva promesso di contenere il deficit entro il 7,6 per cento, ha mancato l’obiettivo e si appresta a chiudere l’anno con un disavanzo non inferiore all’8,5. Il pil, nel frattempo, è in calo del 5,5 per cento. Al momento, dice Martin Wolf, “è francamente difficile dire se la Grecia mancherà l’obiettivo del deficit di poco o almeno senza precipitare in un’enorme depressione”.
Se poi si prende sul serio il problema della scarsissima competitività economica greca, “si presenta un’altra domanda: la Grecia potrà risollevarsi, stando all’interno dell’Eurozona?”. Secondo Wolf deve rispondere innanzitutto Bruxelles, che però “non può nascondersi dietro a una semplice riforma istituzionale. Si fa un gran parlare di quali siano i requisiti istituzionali per far funzionare l’Eurozona. E’ ormai ovvio che le strutture su cui si era fondata l’Eurozona siano inadeguate al compito richiesto, su quasi tutti i fronti. I meccanismi di governance economica comunitaria dovrebbero almeno permettere di gestire il mercato del debito sovrano anche nei momenti di grande pressione finanziaria e di trovare un modo di stabilizzare i mercati in presenza di grossi stress finanziari”.
“A essere ottimisti – dice Wolf – si potrebbe dire che agli stati dell’Eurozona basterebbe accumulare ampie riserve di liquidità e studiare qualche sistema per gestire le banche a livello comunitario. Sarebbe una riforma istituzionale relativamente semplice, basterebbe andare un po’ più in là sulla strada che l’Europa sta già percorrendo, ovvero: portare il Fondo europeo di stabilità finanziaria a due o tre trilioni di euro e ricondurre tutte le banche a un meccanismo di controllo e sostegno comunitario. E’ un cambiamento che resta però improbabile: ci sono stati membri dell’Unione europea che sono destinati a restare poco competitivi, perciò costretti sotto un regime di austerità fiscale per un periodo indefinito. Una situazione politicamente molto impopolare”.